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L’uomo sesso debole per COVID-19

Una ricerca Italiana sulla popolazione oncologica del Veneto spiega perché

An infected patient in quarantine lying in bed in hospital, coronavirus concept.

Oltre al recente studio apparso qualche giorno fa sulla prestigiosa rivista Science arriva ora un’altra pubblicazione di ricercatori italiani che tenta di spiegare la differenza tra i sessi sui pazienti Covid-19, che sta emergendo in tutto il mondo. La domanda è perché gli uomini sono molto più sensibili agli esiti gravi di COVID-19 rispetto alle donne?

Si cerca di indagare motivazioni legate agli ormoni sessuali e sembra emergere che gli estrogeni (ormoni femminili) potrebbero essere protettivi contro il COVID-19 nelle donne mentre gli androgeni (ormoni maschili) invece peggiorino gli esiti del COVID-19 nei maschi.

Gli autori di questo studio pubblicato lo scorso 7 maggio sulla rivista Annals of Oncology, hanno scoperto che i pazienti con carcinoma prostatico in trattamento con terapia di deprivazione androgenica (ADT) avevano meno probabilità di contrarre COVID-19 e morire per questo, rispetto ad altri gruppi di pazienti con o senza cancro. I risultati suggeriscono che gli androgeni, in qualche modo siano la causa che rende il coronavirus più virulento aggravando la malattia negli uomini. E per questo motivo il gruppo di pazienti in cui, la terapia necessaria a curare il cancro prostatico sopprime questi ormoni, sarebbe protetto contro COVID-19.

Sono stati raccolti dati in 68 ospedali del Veneto su oltre 9.000 pazienti con infezione Covid-19 confermata in laboratorio – di cui poco più della metà erano maschi. Dall’analisi emerge che le donne avevano in realtà leggermente più probabilità di essere infettate rispetto agli uomini (56% vs 44%), ma che questi ultimi erano più inclini a sviluppare forme gravi di malattia (60% contro il 40% delle donne ha richiesto il ricovero e 78% contro il 22% delle donne ha richiesto la terapia intensiva, il 62% vs 38% delle donne era deceduto).

Il team ha quindi concentrato la propria attenzione sui pazienti con cancro.

Focalizzando l’analisi sui pazienti oncologici maschi di tutta la regione, questi risultavano avere un rischio quasi doppio di contrarre l’infezione COVID-19 rispetto agli uomini non oncologici. Ma tra quelli con carcinoma della prostata, solo quattro sui 5.273 trattati con la terapia ADT avevano sviluppato l’infezione e nessuno era deceduto, mentre tra i 37.161 sempre con carcinoma della prostata non curati con ADT, se ne erano infettati 114 e 18 erano morti.

Considerando poi i 79.661 casi regionali di tumore diverso dal carcinoma prostatico, 312 avevano sviluppato COVID-19 e 57 erano morti. Gli autori hanno concluso che il legame tra la malattia e ADT dall’analisi di questi dati sembrerebbe chiaro.

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