• 6 July 2022

Pollenzo, 14 febbraio 2022 – Potenziare le tecnologie e infrastrutture di rete, adeguare l’educazione digitale della popolazione e sviluppare prodotti certificati, hardware e software, tutto questo per potenziare la telemedicina e renderla maggiormente fruibile.

Queste le tre chiavi di volta secondo il Professor Marco Knaflitz, Responsabile di Ingegneria Clinica dell’Università Politecnico di Torino, che spiega durante la sessione “Industria e istituzioni: dal prodotto al servizio per integrare le necessità del patient journey” della Winter School 2022 organizzata da Motore Sanitàcon il contributo incondizionato di Siemens Healthineers e Vree Health.

La telemedicina ha iniziato ad essere realmente praticata, almeno ai livelli più di base, ed ha dimostrato appieno le sue potenzialità, sottolineando nel contempo, almeno in parte, l’aumento di efficacia ed efficienza nell’erogazione delle prestazioni sanitarie che è in grado di portare. C’è però ancora molto da fare. 

“In primo luogo è necessario potenziare le infrastrutture di rete in modo che su tutto il territorio nazionale sia disponibile la possibilità di collegarsi alla rete in modo affidabile e poco costoso, cosa ancora oggi non scontata anche solo a poche decine di chilometri dalle grandi città, per rendere la telemedicina accessibile a tutti – spiega il Professor Knaflitz -. 

In secondo luogo, adeguare l’educazione digitale della popolazione, spesso data per scontata, ma che a volte troviamo carente anche a livello di studenti in ambito scientifico. In parte il problema tenderà a risolversi in modo spontaneo: il cinquantenne di oggi, abituato all’uso del calcolatore, tra trent’anni sarà un ottantenne digitalmente indipendente e potrà sfruttare appieno le possibilità messe a disposizione dalla tecnologia, molto più di quanto non lo sappia fare un ottantenne di oggi.

In terzo luogo sviluppare prodotti certificati, hardware e software, per la telemedicina in tutte le sue differenti declinazioni, tenendo conto dei reali bisogni della clinica e non partendo dalla disponibilità tecnologica: ancora oggi, purtroppo, nel settore della medicina spesso si parte da una tecnologia per trovare delle possibili applicazioni, magari a problemi marginali, invece di partire da problemi clinici a forte impatto per la società e tentare di risolverli utilizzando le tecnologie disponibili o sviluppandone delle nuove”

All’inizio del 2019 la pandemia rese drammaticamente evidente la necessità di limitare allo stretto necessario l’accesso diretto ai locali nei quali viene prestata l’assistenza sanitaria, sia a livello degli studi medici di medicina generale, sia a livello ospedaliero. Nel giro di poche settimane le modalità di erogazione delle prestazioni sanitarie spesso cambiarono drasticamente, sfruttando meglio gli strumenti tecnologici che già erano presenti, ma, almeno in alcune regioni e da alcuni utenti, ampiamente sottoutilizzati.

Il cambiamento più evidente che molti hanno potuto sperimentare è stata la dematerializzazione di varie tipologie di prescrizioni mediche e l’uso diffuso da parte dei medici di base di piattaforme per la comunicazione rapida con il paziente, sia per la richiesta di prescrizioni farmacologiche o di esami clinici, sia per dare risposta a semplici quesiti del paziente che ben si prestano ad un’analisi “in remoto” senza il bisogno di vedere direttamente il paziente stesso in studio o al suo domicilio. 

Nulla di nuovo, dal punto di vista tecnologico: piattaforme ed infrastrutture erano altrettanto disponibili un anno prima, ma erano scarsamente utilizzate: la pandemia ne ha forzato l’utilizzazione ed, ovviamente, con un uso maggiore alcuni dei prodotti esistenti, sottoposti ad un test massiccio come mai prima, sono stati rivisti e migliorati – prosegue il Professor Knaflitz -. 

L’approccio “technology driven” era tipico del processo di sviluppo di dispositivi medici nel passato ed era caratterizzato da bassa efficienza ed impatto medio-basso. È stato e continua ad essere messo in atto in varie aree dell’ingegneria e delle scienze applicate: sviluppata una tecnologia per un’applicazione specifica si cercano poi applicazioni qualsivoglia nel settore medicale. 

Tale approccio dovrà essere progressivamente soppiantato, almeno in campo medico, dall’approccio “problem driven”, che capovolge il paradigma: partire da un problema clinico ad alto impatto per la società e puntare a risolverlo usando, per quanto possibile, tecnologie esistenti, per massimizzare rapidità ed efficienza, modo di agire tipico dell’ingegnere biomedico”

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