• 23 June 2021

di Stefano Vella

“L’Aids ci ha insegnato molto: le malattie non hanno confini e che ci sono inaccettabili diseguaglianze di accesso alla salute. Le riaperture? Un po’ mi preoccupano” (Stefano Vella)

Lo aveva detto in tempi non sospetti. Era il 2018 e già l’infettivologo Stefano Vella, una lunga carriera nelle maggiori istituzioni sanitarie, dall’Istituto Superiore di sanità ai vertici Aifa, ai tavoli scientifici più importanti in tutto il mondo, teorizzava che “qualcosa sarebbe arrivato. Uno di quei virus capaci di metterci davvero nei guai”. E puntualmente la sua previsione si è avverata.

Professore, cosa aveva motivato una previsione così pesante?

“L’esperienza. Basta leggere quella che è la nostra storia. Un virus che dall’animale passa  all’uomo e che in un tempo rapidissimo si sposta per il mondo. I mezzi di trasporto glieli forniamo noi: merci, passeggeri. E non è quello che è accaduto? Guardi che l’Aids ci ha insegnato molto”

In che senso?

“E’ passato da un animale, la scimmia, all’uomo. Poi ci ha pensato l’essere umano a portarlo in giro per il mondo, attraverso le abitudini sessuali. E non dimentichiamo che in 30 anni circa ha fatto 50 milioni di vittime e altrettante ne ha infettate”.

Aids e Covid-19 hanno comunque mezzi di trasmissione diversi.

“Certo. Ma viaggiano entrambi grazie alla globalizzazione e qui si torna a parlare di Salute Globale che è un concetto ben più che astratto.  Hiv ci ha insegnato due cose. La prima che le malattie non hanno confini e che persistono inaccettabili disuguaglianze di accesso alla salute. La seconda che l’Hiv lo abbiamo alla fine controllato con i farmaci, il vaccino ancora non c’è. Anche per il Coronavirus, insieme ai vaccini, ci vorranno i farmaci specifici, che, per fortuna, stanno arrivando

L’Aids ha sicuramente colpito in modo più pesante i Paesi più poveri. E il Covid-19?

“Chi è più povero soffre di più. Questo è innegabile. Quando per i Paesi ricchi le cure per l’Aids c’erano, seppur costose, nei Paesi più poveri si moriva. Poi la “licenza volontaria” ha cambiato le carte in tavola: adesso anche i Paesi più poveri, riescono a curare l’Aids ed accedere a farmaci innovativi che salvano la vita. Ricordiamoci che i virus sono democratici nel colpire, ma non lo sono negli effetti che producono”.

Quindi, che armi usare per sconfiggere il Covid-19?

“Tutte quelle che sono possibili. Dai vaccini ai farmaci, e possibilmente in tutti i Paesi del mondo. Tuttavia, siamo di fronte ad un virus molto insidioso, che muta con facilità e con il quale – dobbiamo capirlo – conviveremo per molto tempo ancora. Questo vuol dire che i vaccini che usiamo ora dovranno essere modificati ogni anno. Come facciamo per l’influenza.  Ci abitueremo a convivere con le mascherine, magari non con la rigidità con cui ci viene chiesto ora, ma diventeranno un presidio di protezione indispensabile. Del resto ci sono popolazioni, pensiamo agli Orientali, che le hanno sempre utilizzate per proteggersi”.

Cosa ne pensa delle riaperture?

Chi è riuscito a riaprire, Inghilterra e Israele ad esempio, ha potuto farlo perché ha fatto un lockdown molto rigido e ne ha approfittato per vaccinare. Io non sono contrario che i contratti li abbia fatti l’Europa, pensiamo se 27 Paesi avessero avviato una trattativa singola e si fossero messi in competizione tra loro. Siamo riusciti ad ottenere un prezzo basso perchè c’è stata la compartecipazione del pubblico, è necessario lavorare sul pubblico-privato per farcela in queste situazioni. Il futuro ora sarà finalmente quello di dare un significato vero alla parola pubblico-privato”.

Vanno quindi ridefiniti i rapporti con l’industria?

“La cancellazione dei brevetti è una opzione, ma un po’ “infantile”. I vaccini andranno cambiati tutti gli anni e, attenzione, non sono farmaci chimici,  sono farmaci biologici complessi, difficile da rendere “generici”. Prendo ad esempio ancora una volta l’Aids dove si è negoziato il passaggio dei brevetti alle aziende di generici che hanno prodotto i medicinali a costi molto più bassi e competitivi. Si chiama “voluntary licensing”, che ha dato risultati fantastici. Ora anche i Paesi più poveri possono curare l’Aids con una spesa di 50 dollari l’anno pro capite. Nel mondo occidentale è di 15mila per persona per anno. Un modello che assolutamente possiamo replicare oggi, dando vita ad una nuova governance dei brevetti”.

Cosa diventerà il Covid-19 negli anni a venire?

“Uno degli scenari è che diventi più buono come sono diventati più buoni molti parassiti, ma ci son voluti centinaia di anni. Il virus  si adattano per vincere, per esempio il Sars Cov 2 si trasmette attraverso gli i portatori asintomatici. Uno degli errori del virus della Sars, che di fatto  è scomparsa, è stato quello di essere troppo aggressiva.  La trasmissione attraverso gli asintomatici che è la strada più furba per sopravvivere. Perché l’Hiv ha ucciso 50milioni di persone? Perchè la maggioranza degli infetti era asintomatica. Anche il virus Ebola era troppo aggressivo, per questo Ebola non è diventata una pandemia.  Per questo sono preoccupato dalle riaperture, troppi positivi asintomatici – si stima che ne abbiamo più di un milione, che andranno in giro. Io spero di sbagliarmi, ma abbiamo un serbatoio così esteso che il rischio che scoppi una nuova ondata c’è. Se, nel frattempo, non vacciniamo a tappeto i più fragili.

Quindi pensare di eradicare il Covid-19 secondo lei è un po’ una utopia?

“Sì, lo è. Al massimo, lo mitigheremo. E toccherà conviverci.

Di Daniela Boresi

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