• 20 September 2021

Ecco quanto emerso da uno studio condotto da Eurocarers sulla pandemia Covid-19 in materia di assistenza domiciliare e supporto emotivo

Secondo i dati ISTAT pubblicati nel 2018 i caregiver informali sono più di 7 milioni (pari a circa il 15% della popolazione). Sono una figura speciale che spesso rimane discretamente nell’ombra, che si auto-organizza per far fronte ai bisogni di assistenza dei propri cari non più autonomi e vive un carico emotivo e psicofisico molto importante che impatta inevitabilmente su tutte le dimensioni della vita: riconoscere tempestivamente eventuali problemi è fondamentale per il benessere del caregiver stesso e della persona che assiste.

Però quanto ha impattato la pandemia da Covid-19 sul caregiver?

Sensazione crescente di stanchezza e di esaurimento emotivo, ansia e depressione, disturbi del sonno e gastro-intestinali, un generale peggioramento della qualità di vita: queste sono solo alcune delle problematiche alle quali può andare incontro chi si prende cura a lungo termine di persone disabili e affette da patologie croniche o degenerative che hanno un forte impatto non solo sulla persona colpita, ma anche sulla sua famiglia.

Le difficoltà di queste persone sono inevitabilmente aumentate nel corso dell’ultimo anno ed è quanto emerge chiaramente dallo studio condotto da Eurocarers e svolto in collaborazione con il Centro Ricerche Economico-Sociali per l’Invecchiamento dell’IRCCS INRCA di Ancona, nel ruolo di referente scientifico, con il supporto della Commissione Europea che ha analizzato l’impatto del Covid-19 sui caregiver informali in Europa.

Grazie a questo importante lavoro, per il quale sono stati somministrati circa 2.500 questionari a caregiver informali di 16 Paesi, si è potuto documentare e analizzare l’impatto dell’epidemia di COVID-19 su vari aspetti della loro vita quotidiana (come ad esempio salute, situazione dell’assistenza, accesso ai servizi di assistenza, reti di supporto, vita professionale e finanze) e, nello stesso tempo, raccogliere le loro opinioni e le raccomandazioni sui modi per sostenerli al meglio in tempi di pandemia.

I risultati presentati dimostrano come la pandemia abbia esacerbato aspetti e problemi già esistenti, ponendo delle nuove sfide: si conferma, ad esempio, come la popolazione femminile sia circa l’80% degli intervistati, evidenziando quindi una ineguale distribuzione di responsabilità tra uomini e donne e sono proprio queste ultime ad aver affrontato conseguenze più gravi in termini di peggioramento della qualità della vita.

I servizi sociosanitari e sociali spesso non riescono a supportare tutti coloro che necessitano di cure e si genera una situazione di ulteriore sofferenza sia per le persone colpite (in particolare gli anziani) sia per i caregivers, soprattutto alla luce del fatto che un 1 su 5 è anziano a sua volta. La persona colpita da ictus e la sua famiglia devono sapere che esistono organizzazioni dedicate, come la nostra, che possono fornire informazioni sia creando una rete di contatto con chi purtroppo ha già vissuto la stessa esperienza, sia impegnandosi nella ricerca di soluzioni che, in modo sostenibile, assicurino la disponibilità d’interventi terapeutici altamente specializzati, una maggiore efficacia delle cure e di conseguenza un miglior investimento delle risorse disponibili.

Nicoletta Reale, Past Presidente di A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale)

Per maggiori informazioni www.aliceitalia.org

Abbiamo trattato l’argomento ictus anche in questo articolo, qui parlavamo del ruolo del logopedista.

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